Fausto Marinetti racconta la storia del suo Seminario

Perché sono entrato in seminario a 11 anni?

Non sono mai riuscito a rispondermi. Da ragazzino coltivo l'aspirazione di vivere per gli altri, l'inclinazione a fare del bene. Cresco in una famiglia numerosa. Ogni mattina vado a servire la messa per guadagnarmi la colazione del prete. Faccio anche dei piccoli servizi nel suo orto e ci godo ad alleggerire la siepe del ribes. Siamo nell'elenco dei "beneficati" della S. Vincenzo. Una signorina, benevola e sorridente, una volta al mese viene a visitarci con un pacco-viveri. L'ammiro come una santa. La mamma mi sollecita a frequentare chiesa, catechismo, oratorio, come luoghi "sicuri". Un giorno mi mostra la foto di un cugino frate e dopo qualche tempo dico: "Mi faccio frate anch'io". Ho 10 anni. Mio padre è contrario: "troppo piccolo, cosa puoi capire?". In famiglia tutti si ritengono autorizzati a mettermi alla prova per "saggiare" la mia vocazione. I sei fratelli mi ordinano di fare quello che loro non vogliono fare: fare la spesa, consegne, assistere il bambino piccolo di una famiglia amica, andare a comprare il latte, di sera, per una strada buia.

Dopo un anno di buona condotta e di insistenze, ottengo il consenso.

2- Seminario

Il mio seminario si trova in una vallata bergamasca, abbracciato da una corona di colline. Una sorella rimarrà impressionata per sempre dal mio distacco: "Sei partito con una valigia così piccola, che mi stringeva il cuore".

La sera del 3.10.1953 i miei genitori ripartono ed io sento il morso della solitudine. Il mio orizzonte, che iniziava e finiva nella mia famiglia, all'improvviso scompariva dalla mia vista. Di fronte, solo il nulla. La sensazione di essere figlio di nessuno. Mi guardo in giro: tanti ragazzini della mia età, intonacati, rapati a zero, tutti uguali, obbedienti, "per amor di Dio", come soldatini/marionette, ad un "assistente" e a un regolamento, che prevede anche i tempi del silenzio e quelli per parlare.

La prima impressione è sconcertante. Mi conducono in refettorio: luce fioca, tavole nude ed unte, pane e brocche di alluminio grezzo, silenzio di tomba. Eppure è stipato da un centinaio di "fratini" (=piccoli frati/baby/franceschi).
Nostalgia, ambiente tetro, duecento occhi su di me, un peso troppo greve. Mi sento male. Mi accompagnano a letto. La camerata è formata da tre file di letti in ferro battuto, nero, copriletto bianco. Tutti uguali. Salto sul materasso e mi faccio male: paglia pura. Un freddo! Mi nascondo sotto le coperte e piango: "Mamma, dove sei? Tu non mi avresti mai fatto dormire sulla paglia, vero?".

3- La giornata-tipo del seminario

La giornata è scandita dalla campanella e, a furia di sentirlo ripetere, mi convinco, che è "la volontà di Dio", la sua stessa voce. Ad ogni rintocco delle ore si recita, secondo il copione, una giaculatoria: "Gesù, Giuseppe, Maria, a Voi affido l'anima mia".


 

Una specie di sacra competizione inizia con lo spuntar del giorno, alle 5.30: ci viene inculcato che chi arriva in cappella per primo riceve una speciale benedizione di Dio. I più zelanti (io sarò tra loro) fanno a gara, lavandosi sommariamente, correndo in cappella sgomitando.
Le pratiche di pietà sconfinano oltre le 7.30. In ginocchio (sarò operato di borsite) per due ore, senza mai sedersi. E' consentito stare in piedi per prevenire colpi di sonno. Mezz'ora di meditazione sulle piaghe di Cristo, Messa, ringraziamento, orazioni varie. Preghiere e meditazioni rispecchiano i canoni della cultura cattolica: visione nera della realtà terrestri; la vita è una "militia" contro la lussuria degli occhi, della carne, del mondo; la terra è una valle di lacrime; l'unica via di salvezza, sull'esempio di Cristo, è l'espiazione. Sacrificio, rinuncia, abnegazione, l'autostrada per imitarlo.
La prima mattina fisso a lungo sulla pala dell'altare una Madonna svettante su un mappamondo, che schiaccia sotto i piedi un serpente verdastro. Questa, mi pare di intuire, deve essere la mia nuova "mamma": tutta bianca, incorporea, asessuata. Un fantasma. Che importa? per un bambino come me, l'importante è avere "una" mamma. Ed io la supplico, come mi hanno imbeccato, di starmi vicino, di darmi la forza di seguire la mia santa vocazione. Nel sottofondo di me circola qualche interrogativo: come può una donna essere la mamma di tutti questi ragazzini? Ci prenderà in braccio a turno? Chissà quanto toccherà a me...!

7.30: colazione nel refettorio buio e sconfinato. Gli addetti al servizio scodellano da un pentolone il brodo fatto con le ossa regalate dalle macellerie del paese. Nella scodella fumante, occhi di grasso mi osservano. C'è chi invoca la "mamma dell'altare", perché cada nella scodella un osso da rosicchiare. Il pane raffermo inzuppato si gonfia e noi si mangia a sazietà. La solita voce si fa sentire: la mamma mi avrebbe fatto mangiare una cosa del genere?

8.00: nello "studio" (uno stanzone enorme) ognuno ha il suo posto fisso in una delle sei file di banchi di legno massiccio. La maggior parte dormicchia per effetto del brodo. Non si sente volare una mosca, specie quando entra il padre direttore: un frate ossuto, ieratico, arcigno. Incute terrore, specie ad ogni fine mese quando celebra il rendiconto, una specie di mini-giudizio-universale. Ne ha per tutti. Tutta la platea dei piccoli/francesco viene spronata al meglio e richiamata al dovere per le marachelle compiute. I rimproveri piovono come scudisciate. Dio esige da dei ragazzini la perfezione attraverso il sacrificio. Parola che viene battuta e ribattuta mille volte al giorno.

8.30-12.30: le lezioni sono impartite dai frati del convento. L'insegnante di matematica, gelido e ostico come la sua algebra; quello di francese parla, sputando; qualcuno è un po' più umano. I "padri" vivono in una parte del convento, alla quale per noi è proibito accedere. Non possiamo parlare con loro al di fuori dalle lezioni. Noi faremo a gara per scoprire il mondo dei frati grandi, attratti dalla curiosità del proibito.

Qualcuno scoprirà che il loro menù è molto diverso dal nostro: per loro prelibatezze, per noi la sbobba da caserma. Stupore incontenibile: mamma e babbo non riservano ai figli le cose migliori?

12.30 si pranza nel silenzio più assoluto, mentre un fratino legge un libro edificante. Man mano che s'avvicina il mio turno, tremo come una foglia. Quando tocca a me, divento rosso come un peperone. In piedi, in mezzo a un centinaio di commilitoni, che ridono sotto i baffi ad ogni parola storpiata e il superiore che non ne risparmia una per correggere e rettificare.

Una volta non riesco a mandare giù i cavoli (non li avevo mai mangiati) e me li fanno ingoiare la sera ed il giorno dopo…

13.00: il segnale della ricreazione è un urlo liberatore. Corriamo in massa nel cortile, verso il momento più atteso e agognato. Si gioca a gruppi o a squadre: 4 colori, assalto al castello, bandiera, pallone, palla avvelenata, ecc. Ci s'impegna senza risparmio di energie. Il gioco contribuisce ad appassionarmi ad una vita che, fin dall'inizio, mi sembra impossibile per un "bambino" di 11 anni.

14.30-15.30 riposo: chi vuole dorme, appoggiando la testa sul banco, altri studiano, disegnano, nel silenzio più assoluto. I trasgressori vengono ripresi e puniti seduta stante: in ginocchio per un certo tempo; senza pietanza; le mani sotto le ginocchia, ecc.

15.30- 17.30: studio

17.30-18.30 ricreazione

18.30-19.30: preghiera in cappella

19.30- 20: cena, in silenzio. Ci viene insegnato che, mentre si alimenta il corpo, bisogna alimentare anche lo spirito con una lettura spirituale, affinché il primo non prevalga sul secondo.

20.30- 21.30: ricreazione

21.30: preghiera della sera in cappella

22.00: riposo.


 

Il giorno dopo la mia entrata, 4.10, giorno di s. Francesco, mi mettono addosso "l'abito santo" (vestizione), dicendomi: "Muori al mondo e alle sue pompe, adesso sei una nuova creatura". Un impegno che prendo sul serio: da quel momento mi rendo conto di dover demolire, annullare, annientare il mio io, perché, al suo posto, deve crescere, in me, Cristo. Sulla parola di Paolo: "Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me". Una lotta continua, sia pur da ragazzino, contro il mio carattere, i miei limiti, difetti, pigrizie, piccoli orgogli, ecc. Insomma non mi è permesso essere me stesso, davanti ho l'ideale proposto dalle varie figure di santi, tutti presentati come super-uomini, giunti al traguardo, rinnegando la propria umanità per diventare "esseri soprannaturali".

Qualche giorno dopo scrivo ai genitori: "Venite subito a prendermi, questa non è la mia vita". E non arrivano mai. Dentro di me, ondate di interrogativi: "Mi hanno dimenticato? Hanno rinunciato a me, per amore di Dio? Ma perché indugiano tanto? E i miei fratelli non si ricordano più di me?". Saprò, anni dopo, che il direttore ha stracciato la lettera, "per vedere come mi sarei comportato dopo qualche tempo". Ma come sarebbe stato possibile pensare in proprio, in un ambiente nel quale si è tutti uguali, omologati, condizionati dall'uniformità più assoluta? Tutti indossiamo la stessa tonaca (stesso colore, stesso taglio), lo stesso cingolo (cordone), gli stessi sandali, la testa rapata, lo stesso odore, l'identico lavaggio del cervello: "Fare tutto per AMOR DI DIO"? La massificazione è la strategia ideale per distruggere qualunque segno di individualità, distinzione, singolarità. La personalità deve essere cancellata per dare spazio al "frate che devi diventare", un figurino prestabilito dalle sante regole. Mi sento una goccia trasportata dalla corrente. Potrà mai una goccia del mare risalire la corrente e tornare al fiume? Sguardo, gesti, atteggiamenti, postura, tutto deve essere conforme al manichino che ci viene imposto: il frate, un uomo più dell'al di là, che dell'al di qua. Ogni spostamento da un luogo all'altro avviene in fila per due, secondo l'altezza, nel silenzio assoluto, le mani conserte immerse nelle maniche della tonaca, gli occhi bassi, bisbigliando qualche preghiera. Ogni distrazione viene ripresa e repressa. Le regole fanno di ognuno di noi un "modello già previsto", pre-confezionato secondo determinate norme. Proibito essere se stessi, dobbiamo essere ciò che è previsto per noi, come tanti mattoni usciti dallo stesso stampo. Individualità, personalità, forza di carattere? Tutto da distruggere, perché quello è il "mondo" da cancellare per sempre. E lo si giustifica con le parole del vangelo: "Siete nel mondo, ma non del mondo". Ma noi, ragazzini, non sappiamo neppure cosa voglia dire "mondo". Per noi incomincia nella famiglia e finisce alla scuola. Possiamo immaginare che famiglia e scuola siano dei " mali da cui rifuggire"?

Siamo divisi in due gruppi: grandi (13 anni in su) e piccoli (9/12 anni). La gerarchia è strettissima: direttore, assistenti, decani (i più grandicelli tra noi, che comandano a bacchetta secondo copione).

Al gabinetto si va in massa sotto l'occhio vigile degli assistenti. Fuori orario ci vuole un permesso esplicito e si va uno alla volta. Per bere, per uscire, per alzarsi, per andare/venire, per fare qualsiasi cosa ci vuole il permesso del superiore e ci viene presentato come un "santo allenamento alla virtù dell'obbedienza". Obbedire agli ordini più insignificanti è salire di grado, eccellere nella virtù e ci conferisce il privilegio di ubbidire a Dio stesso. I santi hanno già aperto questa direttissima, non ci resta che seguirla pedissequamente.

Altra virtù inculcata ad ogni momento è la santa purità e la mortificazione degli occhi, della gola, di tutti i sensi. Ma Dio avrebbe fatto paesaggi, albe e tramonti, perché non li apprezzassimo neppure? Ci avrebbe dato gli occhi per tenerli chiusi o bassi, per prevenire le tentazioni? Le bellezze del creato, per noi, candidati alla santità, sono sprecate. Primavere e autunni, doni ignorati. Il giardino del "Padre", ci viene presentato come un luogo pericoloso, pieno di trabocchetti e tentazioni, la vita una corsa agli ostacoli. Dio è un castigamatti col fucile spianato a sparare disgrazie e dolori su chi sgarra.

Mettere le mani addosso agli altri è un'infrazione grave. E' proibito mettere le mani in tasca, per evitare anche la sola possibilità di "sfiorare i genitali". Per stare sul sicuro le tasche della tonaca sono cucite al contrario… Indossare il pigiama è un'impresa, che richiede manovre speciali: lo si stende sul pavimento, si ritraggono le braccia all'interno della tonaca e lo si infila dal di dentro per salvaguardare la santa modestia. Ci viene raccomandato di dormire con le mani incrociate sul petto e, a volte, in occasione di qualche controllo, di tenerle sopra le coperte. Un giorno il sacerdote-assistente sparisce nel nulla. E' quello che la sera, ispezionando la camerata, si diverte, con gesto fulmineo, a strapparci di dosso lenzuola per verificare che cosa avviene sotto di esse.

Negli anni del seminario minore (credo fino al liceo) non sentirò mai pronunciare il termine "sesso". Un mondo proibito, escluso, rinchiuso fuori dal convento come qualche cosa di male in sé.

In un ambiente chiuso e a "sesso unico" i complessi di simpatia e di gelosia sono inevitabili. Quando due stanno troppo insieme scatta un controllo più stretto. Le cosiddette amicizie particolari, cioè appartarsi, preferire uno agli altri è considerato un delitto degno dell'espulsione dal giardino terrestre del seminario. Io riuscirò a rendermene conto solo sui vent'anni!

I soprannomi e gli epiteti sono, a volte, crudeli, ma fotografano il carattere del soggetto. Uno è soprannominato "cispa" (sempre sporco), un altro "cagot" (non era arrivato in tempo al bagno!), "signorina" (un ragazzino un po' effeminato).

Una volta al mese le docce, il cambio delle lenzuola e della biancheria. E' il giorno consacrato al bucato generale. Gli addetti alla lavanderia sono considerati dei privilegiati, perché hanno diritto ad una merenda speciali e di saltare le preghiere della sera. Un servizio ambito e agognato da molti!

Ogni sabato, le pulizie del seminario e del convento sono la nostra incombenza: ad ogni gruppetto di due o tre viene affidato un certo lavoro. Io sono prescelto come giardiniere ufficiale: a me spetta la cura dei fiori, dei giardini, aiuole, serra, vasi. Non indovino mai l'epoca giusta per piantare la semina e colleziono tante di quelle lavate di capo, da farmi venire in odio fiori, piante ed affini.

Giovedì pomeriggio, l'atteso "passeggio": una scampagnata, dopo fervida preghiera e raccomandazioni varie di non guardare edicole, cartelloni del cinema, ragazze. Raccomandazioni inutili, perché il seminario è al limite del paese e imbocchiamo il sentiero che porta lontano dall'abitato. La consegna è di stare sempre in gruppo, non allontanarsi dall'assistente, ecc. La meta è sulle colline circostanti o un torrente, dove ci divertiamo a prendere granchi, sollevando la tonaca fino al polpaccio. Andiamo a fragole selvatiche, mirtilli, ginepri, castagne, more, funghi, sempre in gruppo, mai isolati.

L'unica calzatura permessa sono i sandali, senza calze. D'inverno alcuni soffrono tanto il freddo che le mani si gonfiano, si screpolano (geloni) e si trasformano in piaghe purulente. In questi casi viene permesso di ricorrere alle calze, che però gli zelanti, io tra questi, considerano una debolezza.

Ogni giorno ci viene inculcato: "Voi siete dei prescelti, degli eletti, dei predestinati. Dio vi ama al punto di scegliervi fra tanti…". L'enfasi cade su quel famoso: "Non voi avete scelto me, io ho scelto voi". La vocazione è presentata come una predestinazione, un piedestallo immeritato, un invito pressante a salire sul podio di Dio e gestire, in suo nome, la salvezza degli uomini. Le preghiere per salvare le anime del purgatorio sono una costante, un impegno categorico, che nel giorno dei morti e il due agosto (transito di s. Francesco), ci vede impegnati forsennatamente a salvare anime dalle fiamme del purgatorio attraverso le indulgenze. Si entra e si esce dalla cappella dopo la recita delle preghiere stabilite e ad ogni passaggio, ci viene assicurato, abbiamo salvato un'anima! Per noi diventa un gioco, una gara a chi "salva più anime"! In situazioni come queste ci si sente importanti: Dio affida a degli sbarazzini come noi il potere di liberare le anime dal fiamme del purgatorio! Siamo così consci della nostra missione, da adempierla con grande serietà e senso di responsabilità. I più zelanti affrettano il passo, le preghiere vengono biascicate in fretta: non posiamo permetterci di lasciare arrostire le anime sulle graticole del purgatorio. Una competizione collettiva per strappare più anime possibile ai demoni e farne dono a Dio stesso!

Il mondo ci è estraneo, perché "è del maligno", quindi è da combattere, soggiogare a tutti i costi. Più che "fuga mundi" si tratta di cancellazione del mondo, fare, agire come se non esistesse.



 

Quale educazione sessuale viene impartita?

Nell'età in cui le modificazioni del corpo irrompono prepotentemente con la prima peluria, la voce baritonale, le pulsioni prepotenti, ci viene inculcato che che al bombardamento ormonale si resiste solo con la preghiera: "Prega e tutto va a posto da sé...".

Nessuna spiegazione! Niente ci viene detto circa la corporeità e i mutamenti che produce, le sorprese notturne, le naturali erezioni. Si insiste a tempo e fuori tempo, che le battaglie ormonali si vincono con devozioni furibonde. Il sesso, in seminario, è ignorato. Semplicemente non esiste, non può, non deve esistere. Indecente, sporco, indegno, ecc. Credo di non averne mai sentito pronunciare la parola "sesso". Solo in liceo studierò l'anatomia del corpo umano su disegni asettici, innocui. All'esame, una figuraccia: non so rispondere in quale parte del corpo si trovano le ovaia della donna! Il professore si prende gioco di me: "Indicalo con la mano...". Ero stato talmente condizionato, da ritenere una tentazione, un curiosità morbosa e peccaminosa lo studio il corpo umano? Il "sistema" era riuscito a fare di me un elemento ossequiente, integrato nel suo ingranaggio.

Oggi mi rendo conto che è peggio non dire, occultare, piuttosto che dire, svelare. Sarebbe come voler ignorare il respiro o qualsiasi altra funzione fisiologica. L'avvolgere il sesso nel mistero, coprirlo di falsi pudori, non spiegarlo induce a credere che si tratti di "cosa proibita", sporca, inquinante.

Come veniamo "educati" a gestire le pulsioni sessuali insorgenti? Con l'intimidazione dei castighi divini, la minaccia dell'inferno, episodi edificanti tratti dalla vita dei santi. S. Giovanni Bosco... Il modello per eccellenza è s. Luigi Gonzaga, che non guardava in faccia neppure sua madre. Facciamo il tifo per Domenico Savio e facciamo nostro il suo programma di vita: "La morte, non peccati". Si insiste in tutte le maniera che nel "de sexto" non c'è mai parvità di materia, è sempre peccato. L'unica tecnica è fuggire, scappare al primo annuncio della tentazione.

I superiori ce la mettono tutta per esaltare la santa purità, inculcandoci che il corpo è occasione di peccato e quindi ci viene trasmessa una specie di strategia di "persecuzione" di esso. I santi, infatti, sono arrivati a castigarlo, bastonarlo, punirlo in tutti i modi. Per quale misfatto, mi chiedo? Eppure anch'io, un giorno, sarei riuscito ad imitarli, mettendo la cenere nel cibo, bevendo il pus dalle ferite degli ammalati...

Prediche e conferenze insistono ossessivamente sulla "bella virtù". Per essa preghiamo forsennatamente. I più zelanti sono quelli che fanno la doccia più in fretta, non indugiano al gabinetto, spiano i compagni che si appartano e li denunciano. La doccia mensile viene fatta in fretta sotto l'occhio vigile dell'assistente che tiene a bada ogni "movimento".

Ci fanno credere che la purezza consista nel fingere di non avere un corpo, di ignorare la sua crescita, i suoi movimenti. Sono così prigioniero dell'ideologia della "salvezza dell'anima", da dimenticare di avere un corpo. Lo tratto, quindi, come un intruso, un estraneo dentro casa, un nemico in perenne agguato, un avversario dal quale stare sempre in guardia, una zavorra di cui disfarsi, un inquilino scomodo, un ospite ingombrante. Positività, funzione delle pulsioni, fonti sacre della vita, risorse vitali? Ancora oggi non so cosa rispondere a chi mi chiede: ma come hai fatto a rinunciare, con il voto di castità, a ciò che non conoscevi?

I miei ricordi si perdono nella nebbia, ma alcuni fatti sono rimasti vivi nella memoria. Il sopraggiungere dei primi scoppi ormonali suscita in me meraviglia e vergogna. Come è possibile che mi sia stato dato un corpo, di cui un "membro" è così impertinente e ribelle? La vergogna diventa paura e timore quando le prime erezioni spontanee diventano palesi e la tonaca non riesce ad occultarle. Non si usa portare i pantaloni, ma le mutande di tela a mezza gamba. Gli slip sono considerati un abbigliamento indecente. Ed io li sogno, perché immagino che potrebbero "contenere" il pene irrequieto, senza richiamare l'attenzione degli altri. A volte sono costretto a indugiare in gabinetto in attesa che passi la tempesta. E non manco di interpellare Dio stesso su un fenomeno così incontrollabile. Il padre spirituale non ci ripeteva che Dio vede dappertutto, che il suo occhio arriva anche nel gabinetto?

Quanto più sento il bisogno della mamma, tanto più mi rivolgo all'unica donna ammessa in seminario: la Vergine Maria. La contemplo a lungo sulla pala dell'altare "vestita di luce". E' la nostra donna ideale: incorporea, asessuata, angelicizzata. Ogni giorno cantiamo a squarciagola: "Bella tu sei qual sole – bianca più della luna – e le stelle più belle – non son belle al par di te". Quanto ingenuo entusiasmo! O forse, in cuor nostro, volevamo cantare "la mamma", che ci era stata sottratta, occultata, cancellata per secolare misoginia pagana?

La donna smaterializzata, idealizzata produce disastri psicologici, perché innesca giochi di fantasia; produce una tale curiosità, la quale, se non è soddisfatta, diventa morbosa. Quella figura di donna-mito è la negazione della donna, perché non corrisponde alla realtà ma alla sua contraffazione. E ciò produce deformazioni, alienazioni, ossessioni, che lasciano una traccia per tutta la vita. Io ne sono ancora condizionato: vedo sempre la donna con un certo timore inconscio, sono portato a non fissarla e ad evitarne lo sgurado. Non riesco a guardarla e apprezzarla, per esempio, come si vede e si apprezza un bel fiore. Il mio subconscio ne rifugge come da una "cosa proibita".

Senigallia è città turistica e la spiaggia, d'estate, è una vetrina di femminilità. A volte mi ritrovo a riflettere: perché faccio fatica, anche se sposato, ad avere uno sguardo sereno, una visione tranquilla della donna come essere di Dio? Non l'ha fatta e voluta Lui con le mammelle, con l'utero, con la sua tenerezza e le sue curve? Non fa parte della sua natura richiamare l'attenzione (="sedurre"), convincere l'uomo che è lei la metà che gli manca e che lo lascia inquieto fin che non la trova? Ho anche pensieri positivi, per esempio, quando osservo una ragazzina, che esplode vita da tutti i pori. Pare che il petto le scoppi per far nascere innocenti mammelle. E' la vita che si espande, si offre, si dona e diventa tenerezza, affettività, dono di sé, ecc., realtà di cui il bambino e l'uomo hanno bisogno come del pane. E' la vita che ci ama attraverso questi "fatti", che altro mai?

Quanta parte di responsabilità ha l'ambiente unisex del seminario sui condizionamenti, deformazioni, formazione gravemente lacunosa dei preti? A 14/15 anni, incaricato di imballare giornali e riviste per le missioni, mi chiudo a chiave in magazzino a sfogliare riviste e rotocalchi. Cerco e guardo, incantato, tutte le figure femminili che trovo. E' il mio inconscio che cerca di recuperare e "vivere" la mamma almeno in fotografia?

In seminario oltre alla vergine Maria, ci sono delle suore, che non vediamo mai e quelle rarissime volte sono coperte da capo ai piedi. Neppure le loro unghie ho mai visto. La donna ci viene presentata come un pericolo, una tentazione, una rivale di Dio, un'attentatrice della vocazione, una ladra, che ci ruba la "bella virtù". Si da per scontato che bisogna fuggirla come Eva, la seduttrice.

Io ho bisogno della mamma e, al suo posto, mi danno il direttore spirituale, un vecchietto di 70 anni, buono come il pane, ma incompetente per aiutarci a gestire l'insorgere delle pulsioni. Ogni mattina, al suo confessionale, una fila di clienti-bambini per saldare, con un Dio-giustiziere, il conto di una notte inquieta. Il buon padre non sa dire altro che: "Prega, prega! Con la preghiera tutto va a posto". Mi sembra di non essere preso sul serio. Ma, sotto l'imperversare della minaccia dei castighi divini per il delitto di masturbazione, comincio ad avere paura del mio corpo: "Dio me lo avrà dato per punirmi? Cosa gli ho fatto di male?".

A forza di parlare di "peccato impuro" non si ingenera la sua ossessione? Nel paradiso terrestre del seminario il sesso non deve esistere e, se esiste, è solo in confessionale per chiedere perdono a Dio di averci dato un corpo, che sarebbe meglio non avere.

Se un ragazzo fa indigestione di spiritualità disincarnata, di cui sono zeppi i "libri di lettura spirituale", come si fa a farne un cristiano senza prima farne  un uomo? Un uomo "pieno", non un mezzo uomo. Il candidato al ministero può essere condannato ad una specie di anoressia del cuore? Dio ha fatto di tutto per farsi uomo e noi facciamo di tutto per eliderlo, annullarlo. A furia di voler "fare" il cristiano, abbiamo perso di vista l'uomo. Abbiamo preteso di fare il cristiano alle spese dell'uomo.

I miei problemi nel controllo delle pulsioni arrivano più tardi, quando sarò in liceo. Anche lì non avrò il coraggio di parlarne con chicchessia. Tutto l'ambiente, il clima, il respiro del seminario è riuscito nel suo intento: iniettarmi l'intimidazione, avere anche solo il terrore di parlarne.

A 21 anni farò il voto di castità ad occhi chiusi, con una lotta impari "contro" le mie pulsioni. 

Poco tempo prima della ordinazione presbiterale mi confido con p. Raniero Cantalamessa (l'attuale predicatore del papa): "Ce la farò ad osservare il voto di castità per tutta la vita?".  E lui ripete il copione di sempre e di tutti: "Prega, prega, queste cose vanno a posto SOLO con la preghiera". 

Parlare di plagio è troppo poco?