Introduzione
Infatti
gli studiosi indicano che le origini del
celibato sacerdotale ci riportano ai tempi
apostolici. Scrive Ignace de la Potterie:
"C'è un accordo generale tra gli studiosi
per dire che l'obbligo del celibato o almeno
della continenza è diventato legge canonica
fin dal IV secolo. [...] Ma è importante
osservare che i legislatori del IV o V
secolo affermavano che questa disposizione
canonica era fondata su una tradizione
apostolica. Diceva per esempio il Concilio
di Cartagine (del 390): 'Conviene che quelli
che sono al servizio dei divini misteri
siano perfettamente continenti (continentes
esse in omnibus) affinché ciò che hanno
insegnato gli apostoli e ha mantenuto l'antichità
stessa, lo osserviamo anche noi'"[1]. Nello
stesso senso, A.M.Stickler parla di
argomenti biblici in favore del celibato d'ispirazione
apostolica[2].
Sviluppo storico
Ininterrottamente il Magistero solenne della
Chiesa ribadisce le disposizioni sul
celibato ecclesiastico. Il Sinodo di Elvira
(300-303?) al Canone 27 prescrive: "Un
Vescovo, come qualsiasi altro chierico,
abbia con sé solo o una sorella o una
vergine consacrata; si è stabilito che non
debba assolutamente avere un'estranea"; e al
canone 33: "Si è deciso complessivamente il
seguente divieto ai Vescovi, ai presbiteri e
ai diaconi, come a tutti i chierici che
esercitano un ministero: si astengano dalle
loro mogli e non generino figli; chi lo avrà
fatto dovrà essere allontanato dallo stato
clericale"[3].
Anche Papa
Siricio (384-399), nella lettera al Vescovo
Imerio di Tarragona del 10 febbraio 385,
afferma: "Il Signore Gesù […] volle che la
figura della Chiesa, di cui è lo sposo,
emani lo splendore della castità […] dalla
legge indissolubile di queste disposizioni
siamo legati noi tutti sacerdoti […]
affinché dal giorno della nostra ordinazione
consegniamo sia i nostri cuori sia i nostri
corpi alla sobrietà e alla pudicizia, per
piacere al Signore nostro Dio nei sacrifici
che ogni giorno offriamo"[4].
Nel Concilio
Ecumenico Lateranense I del 1123, al Canone
3, leggiamo: "Proibiamo nel modo più
assoluto ai sacerdoti, diaconi, suddiaconi,
di vivere con le concubine o con le mogli e
di coabitare con donne diverse da quelle con
cui il Concilio di Nicea (325) ha permesso
di vivere"[5]. Così pure nella sessione XXIV
del Concilio di Trento, al Canone 9, si
ribadisce l'assoluta impossibilità di
contrarre matrimonio per i chierici
costituiti negli ordini sacri o i religiosi
che hanno fatto professione solenne di
castità; con essa la nullità del matrimonio
stesso, unitamente al dovere di domandare a
Dio il dono della castità con retta
intenzione[6].
In tempi più
recenti il Concilio Ecumenico Vaticano II ha
ribadito nella dichiarazione Presbyterorum
ordinis[7], lo stretto legame tra celibato e
Regno di Dio, vedendo nel primo un segno che
annuncia in modo radioso il secondo, un
inizio di vita nuova, al cui servizio il
ministro della Chiesa viene consacrato.
Con l'enciclica
del 24 giugno 1967, Paolo VI mantenne una
promessa fatta ai Padri conciliari due anni
prima. Egli esamina le obiezioni sollevate
nei confronti della disciplina del celibato
e, ponendo l'accento sui suoi fondamenti
cristologici e facendo appello alla storia e
a ciò che i documenti dei primi secoli ci
insegnano a proposito delle origini del
celibato-continenza, ne conferma pienamente
il valore.
Il Sinodo dei
Vescovi del 1971, sia nello schema
presinodale Ministerium presbyterorum (15
febbraio), sia nel documento finale Ultimis
temporibus (30 novembre), afferma la
necessità di conservare il celibato nella
Chiesa latina, illuminandone il fondamento,
la convergenza dei motivi e le condizioni
che lo favoriscono[8].
La nuova
codificazione della Chiesa latina del 1983
ribadisce la tradizione di sempre: "I
chierici sono tenuti all'obbligo di
osservare la continenza perfetta e perpetua
per il Regno dei cieli, perciò sono
vincolati al celibato, che è un dono
particolare di Dio mediante il quale i
ministri sacri possono aderire più
facilmente a Cristo con cuore indiviso e
sono messi in grado di dedicarsi più
liberamente al servizio di Dio e degli
uomini"[9].
Sulla stessa
linea si muove il Sinodo del 1990, dal quale
è scaturita l'esortazione apostolica del
Servo di Dio il Papa Giovanni Paolo II
Pastores dabo vobis, nella quale il
Pontefice presenta il celibato come un'esigenza
di radicalismo evangelico, che favorisce in
modo speciale lo stile di vita sponsale e
che scaturisce dalla configurazione del
sacerdote a Gesù Cristo, attraverso il
sacramento dell'Ordine[10].
Il Catechismo
della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992
e che raccoglie i primi frutti del grande
evento del Concilio Ecumenico Vaticano II,
ribadisce la medesima dottrina: "Tutti i
ministri ordinati nella Chiesa latina, ad
eccezione dei diaconi permanenti, sono
normalmente scelti fra gli uomini credenti
che vivono da celibi e che intendono
conservare il celibato per il Regno dei
Cieli"[11].
Nello stesso
recentissimo Sinodo sull'Eucaristia, secondo
la pubblicazione provvisoria, ufficiosa e
non ufficiale delle sue proposizioni finali,
concessa dal papa Benedetto XVI, nella
proposizione n. 11, sulla scarsità di clero
in alcune parti del mondo e sulla "fame
eucaristica" del popolo di Dio, si riconosce
"l'importanza del dono inestimabile del
celibato ecclesiastico nella prassi della
Chiesa latina". Con riferimento al Magistero,
particolarmente al Concilio Ecumenico
Vaticano II e agli ultimi pontefici, i padri
hanno chiesto di illustrare adeguatamente le
ragioni del rapporto tra celibato e
ordinazione sacerdotale, nel pieno rispetto
della tradizione delle Chiese Orientali.
Alcuni hanno fatto riferimento alla
questione dei viri probati, ma l'ipotesi è
stata valutata come una strada da non
percorrere.
Solo lo scorso
16 novembre 2006 Papa Benedetto XVI ha
presieduto nel Palazzo apostolico una delle
periodiche riunioni dei Capi Dicastero della
Curia romana. In quella sede è stato
riaffermato il valore della scelta del
celibato sacerdotale secondo l'ininterrotta
tradizione cattolica ed è stata ribadita l'esigenza
di una solida formazione umana e cristiana
sia per i seminaristi sia per i sacerdoti
già ordinati.
Le
Ragioni del Sacro Celibato
Nell'enciclica
"Sacerdotalis Caelibatus", Paolo VI presenta
inizialmente la situazione in cui si trovava
in quel tempo la questione del celibato
sacerdotale, sia sotto il punto di vista del
suo apprezzamento sia delle obiezioni. Le
sue prime parole sono determinanti e ancora
attuali: "II celibato sacerdotale, che la
Chiesa custodisce da secoli come fulgida
gemma, conserva tutto il suo valore anche
nel nostro tempo, caratterizzato da una
profonda trasformazione di mentalità e di
strutture"[12]. Paolo VI rivela quanto egli
stesso meditò, interrogandosi sull'argomento
per poter rispondere alle obiezioni, e
conclude: "Noi dunque riteniamo che la
vigente legge del sacro celibato debba ancor
oggi, e fermamente, accompagnarsi al
ministero ecclesiastico; essa deve
sorreggere il ministro nella sua scelta
esclusiva, perenne e totale dell'unico e
sommo amore di Cristo e della Chiesa, e deve
qualificare il suo stato di vita, sia nella
comunità dei fedeli, che in quella
profana"[13].
"Certo",
aggiunge il Papa, "come ha dichiarato il
sacro Concilio ecumenico Vaticano II, la
verginità non è richiesta dalla natura
stessa del sacerdozio, come risulta dalla
prassi della Chiesa primitiva e dalla
tradizione delle Chiese Orientali ( Presb.Ord.,
16), ma lo stesso sacro Concilio non ha
dubitato di confermare solennemente l'antica,
sacra vigente legge del celibato sacerdotale,
esponendo anche i motivi che la giustificano
per quanti sanno apprezzare in spirito di
fede e con intimo e generoso fervore i doni
divini"[14].
È vero. Il
celibato è un dono che Cristo offre ai
chiamati al sacerdozio. Questo dono deve
essere accolto con amore, gioia e
gratitudine. Così, sarà sorgente di felicità
e di santità. Le ragioni del sacro celibato,
apportate da Paolo VI, sono tre: il suo
significato cristologico, il significato
ecclesiologico e quello escatologico.
Cominciamo dal significato cristologico.
Cristo è novità. Realizza una nuova
creazione. Il suo sacerdozio è nuovo. Egli
rinnova tutte le cose. Gesù, il Figlio
unigenito del Padre, inviato nel mondo, "si
fece uomo affinché l'umanità , soggetta al
peccato e alla morte, venisse rigenerata e,
mediante una nascita nuova, entrasse nel
Regno dei cieli. Consacratosi tutto alla
volontà del Padre, Gesù compì mediante il
suo mistero pasquale questa nuova creazione,
introducendo nel tempo e nel mondo una forma
nuova, sublime, divina di vita che trasforma
la stessa condizione terrena dell'umanità"[15].
Lo stesso
matrimonio naturale, benedetto da Dio sin
dalla creazione, ma ferito dal peccato, fu
rinnovato da Cristo, che "lo ha elevato alla
dignità di sacramento e di misterioso segno
della sua unione con la Chiesa. [...] Ma
Cristo, mediatore di un più eccellente
testamento (cfr. Eb 8,6), ha aperto anche un
nuovo cammino, in cui la creatura umana,
aderendo totalmente e direttamente al
Signore, preoccupata soltanto di Lui e delle
Sue cose, manifesta in maniera chiara e
compiuta la realtà profondamente innovatrice
del Nuovo Testamento"[16].
Questa novità,
questo nuovo cammino, è la vita nella
verginità, che Gesù stesso ha vissuto, in
armonia col suo essere mediatore tra il
cielo e la terra, tra il Padre e il genere
umano. "In piena armonia con questa missione,
Cristo rimase per tutta la vita nello stato
di verginità, che significa la sua totale
dedizione al servizio di Dio e degli uomini"[17].
Servizio di Dio e degli uomini vuol dire
amore totale e senza riserve, che ha segnato
il vivere di Gesù tra noi. Verginità per
amore del Regno di Dio!
Ora, Cristo,
chiamando i suoi sacerdoti per essere
ministri della salvezza, cioè, della nuova
creazione, li chiama ad essere e a vivere in
novità di vita, uniti e simili a Lui nella
forma più perfetta possibile. Da ciò
scaturisce il dono del sacro celibato, come
configurazione più piena con il Signore Gesù
e profezia della nuova creazione. I suoi
apostoli sono stati da Lui chiamati "amici".
Li ha chiamati a seguirLo molto da vicino,
in tutto, fino alla croce. E la croce li
porterà alla risurrezione, alla nuova
creazione compiuta. Perciò sappiamo che
seguirLo con fedeltà nella verginità, che
include una immolazione, ci condurrà alla
felicità. Dio non chiama nessuno all'infelicità,
ma alla felicità. La felicità, tuttavia, si
coniuga sempre con la fedeltà. Lo ha detto
il compianto papa Giovanni Paolo II agli
sposi riuniti con Lui nel II Incontro
Mondiale delle Famiglie, a Rio de Janeiro.
Così emerge il
tema del significato escatologico del
celibato, in quanto segno e profezia della
nuova creazione, ossia, del Regno definitivo
di Dio nella Parusia, quando tutti
risorgeremo dalla morte. "Di questo Regno,
la Chiesa costituisce quaggiù il germe e l'inizio",
come ci insegna il Concilio Vaticano II[18].
Di questi "tempi ultimi", la verginità,
vissuta per amore del Regno di Dio,
costituisce un segno particolare, poiché il
Signore ha annunziato che "alla risurrezione
[...] non si prende moglie né marito, ma si
è come angeli di Dio in cielo"[19].
In un mondo
come il nostro, mondo dello spettacolo e dei
piaceri facili, profondamente affascinato
dalle cose terrene, specialmente dal
progresso delle scienze e delle tecnologie -
ricordiamo le scienze biologiche e le
biotecnologie - l'annunzio di un al di là,
ossia di un mondo futuro, di una parusia,
come avvenimento definitivo di una nuova
creazione, è determinante e allo stesso
tempo libera dall'ambiguità delle aporie,
dei frastuoni, delle sofferenze e
contraddizioni, rispetto ai veri beni ed
alle nuove profonde conoscenze che il
progresso umano attuale porta con sè.
Finalmente, il
significato ecclesiologico del celibato ci
conduce più direttamente all'attività
pastorale del sacerdote. Afferma l'Enciclica:
"La verginità consacrata dei sacri ministri
manifesta infatti l'amore verginale di
Cristo per la Chiesa e la verginale e
soprannaturale fecondità di questo connubio"[20].
Simile a Cristo e in Cristo, il sacerdote si
sposa misticamente colla Chiesa, ama la
Chiesa con amore esclusivo. Così,
dedicandosi totalmente alle cose di Cristo e
del suo Corpo Mistico, il sacerdote gode di
una ampia libertà spirituale per mettersi al
servizio amorevole e totale a tutti gli
uomini, senza distinzione.
"Così il
sacerdote, nella quotidiana morte a tutto se
stesso, nella rinunzia all'amore legittimo
di una famiglia propria per amore di Cristo
e del suo Regno, troverà la gloria di una
vita in Cristo pienissima e feconda, perché
come Lui e in Lui egli ama e si dà a tutti i
figli di Dio"[21].
L'Enciclica
aggiunge ancora come il celibato faccia
crescere l'idoneità del sacerdote all'ascolto
della Parola di Dio ed alla preghiera, così
come lo abiliti a deporre sull'altare tutta
intera la propria vita, che reca i segni del
sacrificio[22].
Valore
della castità e del celibato
Il
celibato, prima di essere una disposizione
canonica, è un dono di Dio alla sua Chiesa,
è una questione legata alla dedizione totale
al Signore. Pur nella distinzione tra la
disciplina celibataria dei secolari e l'esperienza
religiosa della consacrazione e dell'emissione
dei voti, è fuori dubbio che non v'è altra
possibile interpretazione e giustificazione
del celibato ecclesiastico al di fuori della
totale dedizione al Signore, in un rapporto
che sia, anche dal punto di vista affettivo,
esclusivo; questo presuppone un forte
rapporto personale e comunitario con Cristo,
che trasforma i cuori dei Suoi discepoli.
La scelta
celibataria della Chiesa cattolica di rito
latino si è sviluppata, sin dai tempi
apostolici, proprio nella linea del rapporto
del sacerdote con il suo Signore, avendo
come grande icona il "Mi ami tu più di
costoro?"[23] che Gesù Risorto rivolge a
Pietro. Le ragioni cristologiche,
ecclesiologiche ed escatologiche del
celibato, tutte radicate nella speciale
comunione con Cristo a cui il sacerdote è
chiamato, sono pertanto declinabili in
diversi modi secondo quanto affermato
autorevolmente dalla Sacerdotalis caelibatus.
Innanzitutto
il celibato è "segno e stimolo della carità
pastorale"[24]. Essa è il criterio supremo
per giudicare la vita cristiana in tutti i
suoi aspetti; il celibato è una via dell'amore,
anche se lo stesso Gesù, come riferisce il
Vangelo secondo Matteo, afferma che non
tutti possono comprendere questa realtà:
"Non tutti possono capirlo, ma solo coloro
ai quali è stato concesso"[25]. Una tale
carità si declina nel classico duplice
aspetto di amore verso Dio e verso i
fratelli: "Con la verginità o il celibato
osservato per il Regno dei cieli i
presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo
ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente
a Lui con cuore non diviso"[26]. San Paolo,
in un passo al quale qui si allude, presenta
il celibato e la verginità come "via per
piacere a Dio" senza divisioni[27]: in altre
parole, una "via dell'amore" che certamente
presuppone una vocazione particolare, e in
tal senso è un carisma, e che è in se stessa
eccellente sia per il cristiano sia per il
sacerdote.
Il radicale
amore verso Dio diviene attraverso la carità
pastorale amore verso i fratelli. Nella
Presbyterorum Ordinis leggiamo che i
sacerdoti "si dedicano più liberamente a lui
e per lui al servizio di Dio e degli uomini,
servono con maggiore efficacia il suo Regno
e la sua opera di rigenerazione divina e in
tal modo si dispongono meglio a ricevere una
più ampia paternità in Cristo"[28]. L'esperienza
comune conferma come sia più semplice aprire
il cuore ai fratelli pienamente e senza
riserve per chi non è legato da altri
affetti, per quanto legittimi e santi, oltre
a quello di Cristo.
Il celibato è
l'esempio che Cristo stesso ci ha lasciato.
Egli ha voluto essere celibe. Spiega ancora
l'Enciclica: "Cristo rimase per tutta la sua
vita nello stato di verginità, il che
significa la sua totale dedizione al
servizio di Dio e degli uomini. Questa
profonda connessione tra la verginità e il
sacerdozio di Cristo si riflette in quelli
che hanno la sorte di partecipare alla
dignità e alla missione del Mediatore e
Sacerdote eterno, e tale partecipazione sarà
tanto più perfetta, quanto più il sacro
ministero sarà libero da vincoli di carne e
di sangue"[29].
L'esistenza
storica di Gesù Cristo è il segno più
evidente che la castità volontariamente
assunta per Dio è una vocazione solidamente
fondata sia sul piano cristiano sia su
quello della comune ragionevolezza umana. Se
la comune vita cristiana non può dirsi
legittimamente tale escludendo la dimensione
della Croce, quanto più l'esistenza
sacerdotale sarebbe inintelligibile
prescindendo dall'ottica del Crocifisso. La
sofferenza, talvolta la fatica e la noia,
perfino lo scacco, hanno il loro posto nell'esistenza
di un sacerdote, che, tuttavia, non è da
essi ultimamente determinata.
Scegliendo di
seguire Cristo, fin dal primo momento, ci si
impegna ad andare con Lui al Calvario,
memori che è l'assunzione della propria
croce l'elemento che qualifica la radicalità
della sequela. Infine, come detto, il
celibato è un segno escatologico. Nella
Chiesa, fin d'ora è presente il Regno
futuro: essa non solo lo annuncia, ma lo
realizza sacramentalmente contribuendo alla
"creazione nuova", finché la Sua gloria non
si manifesti pienamente. Mentre il
sacramento del matrimonio radica la Chiesa
nel presente, immergendola totalmente nell'ordine
terreno che diviene così esso stesso
possibile luogo di santificazione, la
verginità rimanda immediatamente al futuro,
a quell'integra perfezione del creato che
sarà portata a compimento pieno solo alla
fine dei tempi.
Mezzi
per essere fedeli al celibato
La
bimillenaria sapienza della Chiesa, esperta
di umanità, ha nel tempo costantemente
individuato alcuni elementi fondamentali ed
irrinunciabili per favorire la fedeltà dei
suoi figli al carisma soprannaturale del
celibato. Tra essi emerge, anche nel recente
magistero, l'importanza della formazione
spirituale del sacerdote chiamato ad essere
"testimone dell'Assoluto". Afferma la
Pastores dabo vobis: "Formarsi al sacerdozio
significa abituarsi a dare una risposta
personale alla questione fondamentale di
Cristo: "Mi ami tu?". La risposta per il
futuro sacerdote non può che essere il dono
totale della propria vita"[30]. In tal senso
sono assolutamente fondamentali gli anni
della formazione sia quella remota, vissuta
in famiglia, sia soprattutto quella prossima,
negli anni del Seminario, vera scuola d'amore,
nella quale, come la comunità apostolica, i
giovani seminaristi si stringono attorno a
Gesù in attesa del dono dello Spirito per la
missione. "La relazione del sacerdote con
Gesù Cristo e in Lui con la Sua Chiesa si
situa nell'essere stesso del sacerdote e
nella sua consacrazione-unzione sacramentale
e nel suo agire, ossia nella sua missione o
ministero"[31]. Il sacerdozio non è altro
che un "vivere intimamente uniti a Lui"[32],
in una relazione di comunione intima che è
descritta "con la sfumatura dell'amicizia"[33].
La vita del sacerdote è, in fondo, quella
forma di esistenza che sarebbe inconcepibile
se non ci fosse Cristo. Proprio in questo
consiste la forza della Sua testimonianza:
la verginità per il Regno di Dio è un dato
reale, esiste, perché esiste Cristo che la
rende possibile.
L'amore per il
Signore è autentico quando tende ad essere
totale: innamorarsi di Cristo vuol dire
avere una conoscenza profonda di Lui, una
frequentazione della Sua persona, una
immedesimazione e una assimilazione del Suo
pensiero e, finalmente, un accoglimento
senza riserve delle esigenze radicali del
Vangelo. Si può essere testimoni di Dio solo
se si fa profonda esperienza di Cristo; dal
rapporto con il Signore dipende l'intera
esistenza sacerdotale, la qualità della sua
esperienza di martyria, della sua
testimonianza.
Testimone dell'Assoluto
è solo chi ha veramente Gesù per amico e
Signore, chi gode della Sua comunione.
Cristo non è soltanto oggetto di riflessione,
tesi teologica o ricordo storico; Egli è il
Signore presente, è vivo perché Risorto e
noi siamo vivi solo nella misura in cui
partecipiamo sempre più profondamente della
Sua vita. Su questa fede esplicita si fonda
l'intera esistenza sacerdotale. Perciò l'Enciclica
dice: "Il sacerdote si applichi innanzitutto
a coltivare con tutto l'amore che la grazia
gli ispira la sua intimità con Cristo,
esplorandone l'inesorabile e beatificante
mistero; acquisti un senso sempre più
profondo del mistero della Chiesa, al di
fuori del quale il suo stato di vita
rischierebbe di apparirgli inconsistente e
incongruo"[34].
Oltre alla
formazione e all'amore per Cristo, elemento
essenziale per custodire il celibato è la
passione per il Regno di Dio, che significa
la capacità di lavorare alacremente e senza
risparmiarsi perché Cristo sia conosciuto,
amato e seguito. Come il contadino che,
trovata la perla preziosa, vende ogni cosa
per acquistare il campo, così chi trova
Cristo e spende l'intera esistenza con Lui e
per Lui, non può fare a meno di vivere
lavorando perché altri Lo possano incontrare.
Senza questa chiara prospettiva, qualunque "sussulto
missionario" è destinato al fallimento, le
metodologie si trasformano in tecniche di
conservazione di un apparato, e persino le
preghiere potranno divenire tecniche di
meditazione e di contatto col sacro, nelle
quali si dissolvono sia l'io umano sia il Tu
di Dio.
Un'occupazione
fondamentale e necessaria del sacerdote,
come esigenza e come compito, è la preghiera
che, al contraio, è insostituibile nella
vita cristiana e per conseguenza in quella
sacerdotale. Ad essa va riservata un'attenzione
particolare: la celebrazione eucaristica, l'Ufficio
divino, la confessione frequente, il
rapporto affettuoso con Maria Santissima,
gli Esercizi Spirituali, la recita
quotidiana del Santo Rosario, sono alcuni
dei segni spirituali di un amore che, se
mancasse, rischierebbe inesorabilmente la
sostituzione con i surrogati, spesso vili,
dell'immagine, della carriera, del danaro,
della sessualità.
Il sacerdote è
uomo di Dio perché chiamato da Dio ad
esserlo e vive questa personale identità
nell'appartenenza esclusiva al suo Signore,
che si documenta anche nella scelta
celibataria. È uomo di Dio perché di Lui
vive, a Lui parla, con Lui discerne e
decide, in filiale obbedienza, i passi della
propria cristiana esistenza. Quanto più i
sacerdoti saranno radicalmente uomini di Dio,
attraverso un'esistenza totalmente
teocentrica, come sottolineato dal Santo
Padre Benedetto XVI negli auguri natalizi
alla Curia romana lo scorso 22 dicembre
2006, tanto più efficace e feconda sarà la
loro testimonianza e ricco di frutti di
conversione il loro ministero. Non c'è
opposizione tra la fedeltà a Dio e la
fedeltà all'uomo, ma, al contrario, la prima
è condizione di possibilità della seconda.
Conclusione: una vocazione santa
La
Pastores dabo vobis, parlando della
vocazione del prete alla santità, dopo aver
sottolineato l'importanza del rapporto
personale con Cristo, esprime un'altra
esigenza: il sacerdote, chiamato alla
missione dell'annuncio, si vede affidare la
Buona Novella per farne dono a tutti. Egli
tuttavia è chiamato ad accogliere il Vangelo
prima di tutto come dono offerto alla sua
esistenza, alla sua persona e come evento
salvifico che lo impegna ad una vita santa.
In questa
prospettiva Giovanni Paolo II ha parlato del
radicalismo evangelico che deve
caratterizzare la santità del sacerdote; è
possibile pertanto indicare nei consigli
evangelici tradizionalmente proposti dalla
Chiesa e vissuti negli stati di vita
consacrata gli itinerari di un radicalismo
vitale a cui anche, a modo suo, il sacerdote
è chiamato ad essere fedele. Afferma l'esortazione:
"Espressione privilegiata del radicalismo
sono i diversi «consigli evangelici», che
Gesù propone nel Discorso della Montagna e
tra questi i consigli, intimamente
coordinati tra loro, d'obbedienza, castità e
povertà: il sacerdote è chiamato a viverli
secondo quelle modalità, e più profondamente
secondo quelle finalità e quel significato
originale, che derivano dall'identità
propria del presbitero e la esprimono"[35].
Ed ancora,
riprendendo la dimensione ontologica su cui
il radicalismo evangelico è fondato: "Lo
Spirito, consacrando il sacerdote e
configurandolo a Gesù Cristo Capo e Pastore,
crea un legame che, situato nell'essere
stesso del sacerdote, chiede di essere
assimilato e vissuto in maniera personale,
cioè cosciente e libera, mediante una
comunione di vita e di amore sempre più
ricca e una condivisione sempre più ampia e
radicale dei sentimenti e degli
atteggiamenti di Gesù Cristo. In questo
legame tra il Signore Gesù e il sacerdote,
legame ontologico e psicologico,
sacramentale e morale, sta il fondamento e
nello stesso tempo la forza per quella «vita
secondo lo Spirito» e per quel «radicalismo
evangelico» al quale è chiamato ogni
sacerdote e che viene favorito dalla
formazione permanente nel suo aspetto
spirituale"[36].
La nuzialità
del celibato ecclesiastico, proprio per
questo rapporto tra Cristo e la Chiesa che
il sacerdote è chiamato ad interpretare e
vivere, dovrebbe dilatarne lo spirito,
illuminando la sua vita, accendendo il suo
cuore. Il celibato deve essere una oblazione
felice, un bisogno di vivere con Cristo
perché Egli riversi nel sacerdote quelle
effusioni della sua bontà e del suo amore
che sono ineffabilmente piene e perfette.
Illuminanti, a questo proposito, sono le
parole del Santo Padre Benedetto XVI: "Il
vero fondamento del celibato può essere
racchiuso solo nella frase: Dominus pars (mea)
– Tu sei la mia terra. Può essere solo
teocentrico. Non può significare il rimanere
privi di amore, ma deve significare il
lasciarsi prendere dalla passione per Dio,
ed imparare poi grazie ad un più intimo
stare con Lui a servire pure gli uomini. Il
celibato deve essere una testimonianza di
fede: la fede in Dio diventa concreta in
quella forma di vita che solo a partire da
Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui,
rinunciando al matrimonio ed alla famiglia,
significa che io accolgo e sperimento Dio
come realtà e perciò posso portarlo agli
uomini"[37].
Card. Claudio
Hummes, OFM
Prefetto della
Congregazione per il Clero.
[1] Cfr. I. de
la Potterie, Il fondamento biblico del
celibato sacerdotale, in Solo per amore.
Riflessioni sul celibato sacerdotale,
Cinisello Balsamo 1993, pp. 14-15.
[2] Cfr. A. M.
Stickler, in Ch. Cochini, Origines
apostoliques du Célibat sacerdotal, Preface,
p. 6.
[3] Cfr. H.
Denzinger, Enchiridion symbolorum
definitionum et declarationum de rebus fidei
et morum, ed., P.Hünermann., Bologna 1995,
nn. 118-119, p. 61.
[4] Id., Op.
Cit., n. 185, p. 103.
[5] Id., Op.
Cit., n. 711, p. 405.
[6] Id., Op.
Cit., n. 1809, p. 739.
[7] Conc. Vat.
II, Dec. Presbyterorum ordinis, n. 16.
[8]
Enchiridion del Sinodo dei Vescovi,
1.1965-1988 , edd. Segreteria generale del
Sinodo dei Vescovi, Bologna 2005, nn.
755-855; 1068-1114; soprattutto nn.
1100-1105.
[9] Codex
Iuris canonici, Can. 277, § 1.
[10] Giovanni
Paolo II, Esort. Apost. Pastores dabo vobis,
25 marzo 1992, n. 44.
[11]
Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1579.
[12] Paolo VI,
Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 1.
[13] Id., n.
14.
[14] Id., n.
17.
[15] Id., n.
19.
[16] Id., n.
20.
[17] Id., n.
21.
[18] Cfr.
Conc. Vat. II, Cost. Dogm. Lumen Gentium, n.
5.
[19] Ibidem.
[20] Paolo VI,
Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 26.
[21] Id., n.
30.
[22] Cfr.:
Id., nn. 27-29.
[23] Gv 21,15.
[24] Paolo VI,
Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 24.
[25] Mt 19,11.
[26] Conc.
Vat. II, Dec. Presbyterorum ordinis, n. 16.
[27] Cfr. 1Cor
7,32-33.
[28] Conc.
Vat. II, Dec. Presbyterorum ordinis, n. 16.
[29] Paolo VI,
Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 21.
[30] Giovanni
Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 42.
[31] Id., n.
16.
[32] Id., n.
46.
[33] Ibidem.
[34] Paolo VI,
Lett. Enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 75.
[35] Giovanni
Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 27.
[36] Id., n.
72.
[37] Benedetto
XVI, Discorso in occasione dell'udienza alla
Curia Romana per la presentazione degli
auguri natalizi, 22 dicembre 2006