Il testo di Ornella Sabbatin
La simbiosi fra vocazione sacerdotale e celibato-continenza risulta spesso incongrua, come documentato da innumerevoli abbandoni di questo ministero per l'inosservanza dell'obbligo celibatario, solitamente con successivo matrimonio civile, o anche canonico, previa "dispensa", concedibile dopo un "processiculum" nel quale il presbitero riconosce formalmente errata la sua scelta vocazionale. Sono stati esaminati manoscritti epistolari di preti cattolici di rito latino, sposati, quasi tutti aderenti ai principali "movimenti" italiani ("Vocatio", "Unione Sacerdoti Cattolici Sposati", "Amici del Cenacolo"). Vi sono descritte vicissitudini durante l'esercizio del ministero e il calvario percorso dall'epoca della loro estromissione dal clero. La famiglia di nuova formazione viene spinta ad allontanarsi dalla propria comunità come elemento di scandalo e di disturbo. Emerge la cultura dello "spretato", con pesanti problemi lavorativi e relazionali. Ma resta generalmente ancora viva la fiamma carismatica e puntato l'indice contro la gerarchia, accusata soprattutto di marchiare "Giuda" suoi figli che desiderano servirla senza ambiguità e rivendicare il diritto di mantenere distinto il carisma vocazionale dalla disposizione canonica celibataria. Definiti dall' istituzione "preti laicizzati" è una locuzione ritenuta impropria perché il prete resta sacramentalmente "sacerdos in aeternum". Le scienze umane dovrebbero a pieno diritto entrare nel reclutamento e formazione vocazionale per stabilire se il soggetto è capace di scelte libere e autentiche, specialmente circa l'idoneità al celibato - continenza. Quelli che hanno lasciato non sarebbero da giudicare vocazioni perdute" ma vocazioni recuperate per mete esistenziali più genuine.